Sport Senza Frontiere, 15 anni di inclusione attraverso l'attività sportiva





In Italia lo sport non è ancora per tutti: nel 2024 meno di 3 persone su 10 lo praticavano con continuità, una quota che scende nelle periferie delle grandi città e al Sud, (27,9%, rispetto al 43,9% del Nord-est)[1]. Costi inaccessibili, strutture assenti, contesti educativi fragili: è in questo spazio che da 15 anni opera Sport Senza Frontiere ETS, che nel solo 2025 ha seguito circa 1.400 ragazzi ogni anno.  

L'associazione ha celebrato oggi il suo quindicesimo anniversario all'Università Roma Tre con il convegno "15 anni di inclusione, educazione e benessere attraverso lo sport”, alla presenza di Flavio Siniscalchi - Capo del Dipartimento per lo Sport - Presidenza del Consiglio dei Ministri in rappresentanza del Ministro per lo Sport e i Giovani, dell'Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale Alessandro Onorato e il Rettore dell'Università Roma Tre Massimiliano Fiorucci. L'evento, patrocinato dal Comune di Roma e organizzato in collaborazione con lo stesso Ateneo, è stato l'occasione per fare il punto su un percorso che ha portato a coinvolgere, dalla nascita a oggi, complessivamente oltre 14.000 minori in 15 città in Italia. 

In cattedra sono saliti anche i protagonisti diretti: Olaya, ex beneficiaria di Roma, Simone, beneficiario attuale di Napoli e Federico di Acquasanta Terme, una delle zone del Sisma del Centro Italia, dal 2017 beneficiario di JOY summer camp e oggi educatore. Tutti hanno raccontato il proprio percorso. Anche Malik, papà arrivato da Gaza i cui 4 figli sono stati inseriti nel programma di SSF, ha portato la voce delle tante famiglie accolte nel progetto "Sport di Prima Accoglienza”. Infine, Roberto Rebo-Stocchi fitness coach e imprenditore del corporate wellness,  ha raccontato il mondo running, l'impatto delle migliaia di persone che ogni anno corrono per Sport Senza Frontiere e il suo impegno nel fundraising.

 I ragazzi di Sport Senza Frontiere Next Generation, che continuano a far parte del percorso tracciato dall'Organizzazione, hanno risposto a una domanda: "Cosa ti ha dato lo sport nella vita?”. Insieme a loro gli Ambassador dell'associazione Andy Díaz Hernández e Fabrizio Donato, quest'ultimo al fianco di Sport Senza Frontiere dal 2012. 

Nel corso della mattinata si è svolta una tavola rotonda moderata dal professor Fabio Bocci, Professore Ordinario, Università Roma Tre, che ha riunito accademici e professionisti attorno a un tema cruciale: il ruolo dello sport nella prevenzione del disagio psicologico nei giovani e nella formazione di educatori capaci di operare in contesti fragili. 

SPORT SENZA FRONTIERE: DOVE LO SPORT DIVENTA CRESCITA

La storia di Sport Senza Frontiere nasce nel 2008 da un gesto semplice e da una domanda: "Cosa succede quando a un bambino viene data un'opportunità che prima non aveva?”. Alla fine della mostra fotografica "Un mondo di sport” dedicata alle Olimpiadi di Pechino 2008, organizzata da Roberta de Fabritiis con Contrasto,  alcuni scatti rimasti senza destinazione vengono messi all'asta da Alessandro Tappa, Roberta de Fabritiis e Giorgia Mariani, fondatori di Sport Senza Frontiere: con i fondi raccolti iscrivono cinque bambini delle periferie difficili di Roma Nord a corsi gratuiti di pentathlon moderno con Athlion Roma Pentathlon Moderno, la prima società sportiva ad aderire all'idea. Tre anni dopo nasce Sport Senza Frontiere. Da subito il modello è chiaro: non basta portare un ragazzo sui campi sportivi o in palestra, bisogna costruirgli intorno una rete educativa e di sostegno. Psicologi, educatori, punti di riferimento, attenzione alle fragilità, coinvolgimento delle famiglie. Quando nel 2009 i primi bambini rom vengono inseriti in una squadra di rugby a Roma Nord, arrivano le proteste. L'associazione non si tira indietro: incontra i genitori, arruola una mediatrice culturale rom, lavora sulle relazioni. Un anno dopo, uno di quei bambini, Sasho, è il capitano dell'Under 12. E le famiglie che avevano protestato raccolgono fondi per comprare i libri ai compagni di squadra rom.  

UN METODO EDUCATIVO RICONOSCIUTO DAL CONI COME BEST PRACTICE NAZIONALE

Il modello Sport Senza Frontiere va oltre la semplice attività sportiva: accanto ai ragazzi operano educatori, psicologi e figure di riferimento, con un'attenzione costante alle fragilità familiari e sociali. Lo sport diventa uno spazio sicuro in cui costruire fiducia, regole e senso di appartenenza. Un approccio riconosciuto dal CONI come Best Practice nazionale già nel 2014. Oggi la rete conta 228 società sportive affiliate, 96 operatori e più di 78.000 ore di attività erogate. Le discipline praticate sono circa 30, dal calcio al nuoto, dalla danza al rugby. Attualmente l'organizzazione è presente in 8 città italiane: Milano, Novara, Monza, Torino, Roma, Fiumicino, Bari, Napoli e a breve Palermo, prossima ad aggiungersi alla rete. Ma i numeri da soli non bastano a raccontare l'impatto umano, cosa avviene quando un ragazzo impara a fidarsi di un allenatore, di un educatore, di sé stesso: "In quindici anni abbiamo visto cosa succede quando lo sport diventa accessibile: cambia il modo in cui i ragazzi vedono sé stessi e il loro futuro. Non è solo attività fisica, è un'esperienza che costruisce fiducia, relazioni e opportunità. Il nostro obiettivo resta lo stesso: fare in modo che nessun bambino resti escluso da questa possibilità”, ha raccontato Alessandro Tappa, Presidente e co-fondatore di Sport Senza Frontiere.  

SPORT POWER: +35% SENSO DI APPARTENENZA, MENO STRESS NELLE FAMIGLIE

A certificare l'impatto del modello sono anche i dati della ricerca della Fondazione E. Zancan nell'ambito del progetto triennale "Sport Power”, avviato nel 2022 nei quartieri periferici di Roma, Napoli, Bari e Domusnovas e sostenuto da Con i Bambini ed Enel Cuore. Tra i minori coinvolti si registra un aumento del 35% del senso di appartenenza alla comunità, mentre tra le famiglie si evidenza una riduzione del 19% dei livelli di stress. Il 90% dei ragazzi formati come Sport Agent, adolescenti che non si limitano a beneficiare del programma ma lo moltiplicano verso i pari diventando agenti di cambiamento nelle proprie comunità, giudica l'esperienza "molto o moltissimo utile” per la propria crescita.

   

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